Novembre 28, 2023

    Qualifica:
    Istruttore

    Insegna:
    Kung-Fu

    Inizia la pratica nella T.K.F.A. il 23 settembre 1993.

    Il 28 Ottobre 2018 diviene ufficialmente Discepolo del Maestro LUIGI GUIDOTTI tramite la cerimonia tradizionale “BaiShi”.

    Dove:
    Ad Empoli (FI) – Toscana

    Per presentarmi come insegnante di un’arte marziale così antica e prestigiosa, ritengo che la cosa migliore sia parlare di ciò che ho inaspettatamente trovato dopo anni di pratica, con grande stupore e soddisfazione.

    Ho iniziato la pratica nel 1993 presso la Traditional Kung-Fu Association di Empoli (FI) sotto la guida di Calvo Mauro. Nel 2002 sono diventato responsabile della Scuola di Empoli per il Corso di Kung-Fu cinese tradizionale. Vorrei precisare che in questa scuola ho avuto la mia prima esperienza nelle arti marziali e ci sono rimasto ininterrottamente fino ad oggi.

    Sin da subito, vorrei chiarire che ciò che scrivo rappresenta la mia personale convinzione maturata attraverso l’esperienza in questa scuola. Il punto di partenza potrebbe essere la domanda che molti si pongono, e che anch’io mi sono posto per anni: cosa distingue il Kung-fu tradizionale da un Kung-fu che non lo è?

    Per essere più precisi, almeno secondo me, la vera domanda dovrebbe essere quando un’arte marziale è praticata in modo tradizionale. Per rispondere a questa domanda, ho dovuto aspettare a lungo e assorbire, dal mio Maestro, molte piccole cose che vanno al di là della tecnica e della comunicazione verbale.

    L’aggettivo “tradizionale” accostato al “duro lavoro” (traduzione letterale della parola Kung-Fu) deve, onestamente, riferirsi al modo in cui viene praticato, al modo in cui un’arte marziale viene trasmessa dal maestro ai propri allievi.

    Ridurre la differenza tra un’arte marziale tradizionale e il suo clone moderno alla diversità di questa o quella forma, o all’acrobatizzazione dei movimenti (con conseguente sportivizzazione del contesto di pratica) non è tutta la verità, anzi è la punta di un iceberg. È il risultato e la manifestazione del comune modo di pensare dei nostri giorni, in cui l’analisi e la divisione per comprendere ogni fenomeno o esperienza indicano la strada da seguire semplificando scelte e percorsi.

    Questa semplificazione, dovuta all’eccesso di analisi, può essere vista anche nel moderno modo di intendere comunemente l’espressione “arte marziale”. L’aggettivo “marziale” è riduttivamente identificato con lo scopo per cui l’arte è praticata, quindi con il combattimento. Ma a pochi, o meglio a una minoranza, viene in mente che la marzialità può costituire non solo un fine, ma anche un modo o mezzo per raggiungere uno scopo ben più elevato, velatamente indicato dalla parola “arte”. Mi riferisco all’armonica ed equilibrata crescita della persona. Ciò è ancor più vero ed esplicito quando si usa l’espressione Kung-fu, che nel suo significato letterale vuol dire “duro lavoro” o “abilità acquisita col sacrificio”. Può esserci Kung-fu nel proprio lavoro quotidiano, può esserci Kung-fu in qualunque attività: è forse un caso che molti maestri antichi non si limitavano a essere degli abili combattenti, ma spesso erano esperti erboristi o eccellenti calligrafi o ingegnosi strateghi, ecc.

    Forse è adeguata la considerazione di F. Nietzsche, in cui, per puro caso, mi sono imbattuto nel mio lavoro: “Ogni attività di qualche mole esercita un’efficacia. Lo sforzo di concentrare e dare una forma armonica a una materia è come una pietra che cade nella nostra vita psichica: dal cerchio angusto se ne propagano molti più vasti.”.

    E forse: il più prezioso insegnamento di un’arte marziale e del suo vero maestro è la capacità d’impegnarsi a fondo nel raggiungimento di uno scopo positivo che non può essere solo il combattimento. Quest’ultimo è una certezza in ogni vita umana, nel senso che tutti nella vita, prima o poi, incontrano difficoltà di fronte alle quali è necessario “combattere”; quella di dover affrontare un avversario in carne ed ossa è solo un’eventualità. Affrontare i momenti di difficoltà che la vita ci presenta richiede un’armonia, un equilibrio e una determinazione interiori che il percorso di apprendimento di un’arte marziale vera e tradizionale deve saper trasmettere al praticante. La capacità di gestire o affrontare un combattimento contro un avversario è un’acquisizione intermedia e quasi naturale se si pratica correttamente e seguiti da un vero maestro che sappia valorizzare anche il rapporto umano al di là e oltre quello tecnico.

    Troppo spesso il neo-praticante di arti marziali basa le proprie scelte su ragionamenti che si rivelano sbagliati nella realtà (per esempio: se praticherò un solo stile potrò approfondirlo di più e quindi essere migliore; in altre parole, coltiva l’utopia di una specializzazione che nella pratica di un’arte marziale non ha senso) o, peggio, sulla possibilità di fare combattimenti sportivi con l’illusione di mettersi alla prova e verificare l’efficacia di quanto insegnatogli, attribuendo, in caso di fallimento nella difesa da un’aggressione reale fuori dal ring, la responsabilità alla disciplina o al proprio maestro. Quasi mai, purtroppo, il praticante riflette sulla superficialità della propria pratica o, più semplicemente, si limita alla semplice constatazione che in uno scontro vince chi è complessivamente più forte e capace e, forse, in quelle particolari circostanze di tempo e luogo, lui lo era meno dell’avversario.

    Può sembrare una constatazione ovvia, ma tutto si riduce a una mancanza di umiltà, che è qualità essenziale di ogni autocritica, necessaria a una reale crescita personale. Chi è spinto alla pr

    atica delle arti marziali dalla banale volontà di primeggiare sugli altri in un combattimento, già parte con un grosso handicap che spesso ne pregiudicherà il raggiungimento di ogni reale risultato positivo. Il valore di un praticante non può essere legato esclusivamente alla sua capacità di combattere o, peggio, a quante volte ha steso l’avversario. L’abilità di un insegnante di Kung-fu dovrebbe essere quella di far capire o intravedere ciò anche all’allievo che si avvicina alla pratica col solo intento di imparare a menare le mani.

    Quanto precede, non vuol dire che nel praticare non si debba avere presente che ogni tecnica ha una sua applicazione e, perciò, deve essere efficace anche se portata o eseguita in assenza di reale bersaglio; nell’eseguire ogni forma si deve realizzare lo scopo di ogni tecnica; in altre parole, immaginare e, quindi, sforzarsi di esprimere nel movimento la sua essenza e finalità marziale. A questo proposito vi sono esercizi specifici che allenano il praticante al contatto fisico. A me piace l’espressione “combattere con l’aria”. Riuscire a colpire l’aria, che per sua natura è inafferrabile ed inconsistente, richiede la capacità di padroneggiare un atteggiamento mentale da far rientrare nei movimenti e nelle tecniche che non potrà trovare ostacoli insuperabili nella eventuale presenza fisica di un avversario. L’ostacolo fisico, affrontato realmente per la prima volta, potrà costituire una difficoltà effettiva e molto penalizzante solo se il praticante non ha sicura consapevolezza e fiducia nella propria preparazione, lasciandosi intimidire da qualcosa che crede di non avere mai affrontato. La fiducia cui mi riferisco, chiaramente, non deve trasformarsi nella presunzione tracotante di chi sottovaluta ogni situazione nell’errata certezza di una propria indiscussa superiorità. È più un fattore psichico-emozionale che, nel primo scontro reale come in ogni altro successivo, può annichilire un praticante che si è allenato seriamente in modo tradizionale. E, comunque, aggiungo, la consapevolezza di poter essere “sconfitti” è sempre necessaria, così come è necessario che un praticante sviluppi la forza morale di sapersi rialzare e continuare a lavorare su se stesso nonostante tutto. La verità è che non si smette mai di crescere e di imparare, si potrebbe dire di “combattere”.

    È per questo che un’arte marziale deve accompagnarsi ad una morale. Nel praticante devono essere coltivati valori morali positivi per evitare che in lui cresca la presunzione di un’inesistente superiorità; presunzione di superiorità dalla quale, una volta caduti, è difficile rialzarsi. Valori morali dai quali il praticante, nei momenti di difficoltà, deve poter trarre coraggio ed energia a sostegno del proprio agire quotidiano che sia un combattimento o altro. Sembrerà una sciocchezza, ma credo che moralità e motivazione dell’azione (qualsiasi essa sia) ne costituiscano l’essenza, la vera forza ed energia che, unite a un allenamento adeguato se parliamo di un combattimento, possono garantirne il successo.

    Praticare in modo tradizionale è cercare una crescita armonica di sé concedendosi il tempo necessario e non perdersi solo e soltanto sul dettaglio tecnico. Apprendere e capire lo spirito di un’arte marziale è la cosa davvero difficile e, forse, l’unica che veramente ha importanza; il resto potrà conseguirsi col tempo e con l’allenamento sotto la guida di un vero maestro.

    Un buon maestro trasmetterà il Kung-fu in modo da far capire tutto ciò ai propri allievi, a ognuno con i propri tempi, con la pazienza e l’attenzione necessarie, dando anche modo al singolo di commettere i propri errori e di poter poi ritornare sui propri passi maggiormente consapevole. È lo “spirito” con cui si pratica Kung-fu che lo rende tradizionale e lo riempie di valore.

    Tutto quello che precede, l’ho scoperto personalmente nella T.K.F.A. e l’ho visto mettere in pratica personalmente dal Maestro Luigi Guidotti, al quale va la mia stima e il mio rispetto profondi e sinceri per accompagnarmi tutt’oggi con pazienza e vera maestria in questo cammino senza fine.

    Voglio chiudere augurandomi di riuscire un giorno a trasmettere nel modo giusto anche solo una parte dello spirito di questa nobile disciplina che, se da un lato richiede molti sacrifici, dall’altro ripaga con onestà il suo praticante.

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